Prendi due mamme, una fra i 20 e i 30 anni, una di dieci anni più grande.
Mettile un giorno a discutere di com'è dura avere un figlio quando sei giovane, ma anche di com'è complicato mantenere gli equilibri quando diventi mamma a più di 35 anni.
Io e
Flavia ci siamo conosciute tramite i rispettivi blog, e abbiamo discusso un po' sulle
due diverse generazioni di mamme alle quali apparteniamo.
Questa è la riflessione di Flavia sulle giovani neomamme.
Trovate la mia, sulle mamme vecchie che fanno buon brodo,
sul suo.
Abbiamo scoperto che siamo molto diverse, ma in fondo anche molto simili.
Che mai, come in questo caso, l'unione fa la forza.
Fateci sapere cosa ne pensate!
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"La cosa migliore è diventare Direttore, prima. A quel punto nessuno potrà dirti niente.”La mia amica milanese-bene, dalle cui labbra pendevo ad ogni pausa pranzo, da cui dipendevo completamente essendo da sempre allergica all’arte del pettegolezzo, predisse così, involontariamente, il mio futuro di primipara attempata: davanti ad un panino, in una di quelle tipiche giornate grigie che solo Milano può “vantare”. Avevo 28 anni e neanche un fidanzato serio all’orizzonte, avevo una moto che di lì a poco avrei venduto per incompatibilità metereologiche con quella città, lavoravo fino a sera tardi ma mi godevo le feste e i brunch nei week end e pensavo con una certa dose di orgoglio che un marito non sarebbe stato strettamente necessario alla mia auto-realizzazione (mentre notavo che all’avvicinarsi dei trenta le mie amiche single impazzivano e si lanciavano nella “caccia”, e questo non mi piaceva per niente)... ma un figlio, o una figlia? quello sì!, prima o poi l’avrei proprio voluto.
Avevo la stessa età di Wonderland. Un bambino era un desiderio proiettato in un futuro tutto da costruire, ma nel presente era solo, puntualmente, quell’esserino diabolico che prendeva a calci il mio sedile in aereo. Oddiomio che cosa insopportabile. Sempre uno seduto dietro, me ne doveva capitare.
Accolsi la saggia sentenza della mia amica con un sorriso distratto, come di solito accolgo tutte le sagge sentenze degli altri, e anche con un pizzico di ribellione verso il suo ostentato cinismo. Non avrei mai immaginato che un giorno, per insondabili casualità, mi sarei trovata molto (ma molto) d’accordo con lei. Non per mie particolari doti di pianificazione, ma solo perché il mio percorso professionale con l’azienda giusta si trovò a precedere di qualche anno il percorso personale con l’uomo giusto, e così tutti questi misteriosi percorsi giusti mi donarono il primo figlio a 35 anni, tra una promozione ad Atene e quella successiva a Londra, tra valigie e traslochi e residence, e il secondo al rientro in Italia, in un’azienda diversa, nel bel mezzo di un’acquisizione con tutto il suo carico di caos che ho scansato con grande piacere, rientrando poi in circostanze leggermente più tranquille. Mi era andata bene in tutti e due i casi: convinta che tanto a dar retta al lavoro un momento giusto non ci sarebbe stato mai, mi sono concessa il lusso di fregarmene (molte altre non riescono mai a farlo). Fortunata, forse incosciente, mi dico oggi, ora che ascolto tante altre storie diverse dalla mia.
E una di quelle storie, quella che più mi ha colpita, è proprio quella di Wonderland: quel beffardo “ma che davvero?” che mi costringe ad interrogarmi continuamente: cosa avrei fatto se fosse capitato a me, a 28 anni? Sì, l’avrei voluto quel bambino, di questo sono abbastanza certa. Ma poi, come me la sarei cavata? Sarei stata abbastanza forte? E quali altre direzioni avrebbe preso tutto il resto?
Le mamme giovani, 20qualcosa, le immaginavo ragazzine romantiche perse nel sogno di una maternità ideale, inebetite dai pucci-pucci-micio-micio, succubi del mito della abnegazione totale. Ora leggo la quotidianità di Wonder mettendomi nei suoi panni, partecipando al suo sgomento, facendo sempre di più il tifo per lei, identificandomi completamente nei suoi flashback, ricordando i miei baby blues e immaginandoli in lei moltiplicati per dieci. Ammiro quella sua testa sveglia e le auguro di formulare chiaramente e poi realizzare tutti i suoi desideri.
Mi rendo conto che in fondo ho concepito VereMamme proprio per quelle come lei, sempre sul filo, per sostenerle, per esortarle a lottare, e mi chiedo se riesco a comunicare efficacemente con loro o se interesso solo le quarantenni come me (sì..ci siamo quasi ormai), che hanno conosciuto già da un po’ le acque tempestose e i tanti scogli della maternità...
Poi leggo tutti i commenti delle sue lettrici con avidità, per capire gli stati d’animo di una generazione di mamme più giovane di me ormai di dieci anni, che si ritrova da lei e cerca supporto nella sua ironia. Certe volte vorrei urlare alle più timide: non cedete! Lottate per voi stesse! Non fatevi riportare indietro di decenni da un modello di maternità che non avete scelto e costruito voi! Non mollate il vostro lavoro o quello che vi piace fare, non tradite voi stesse, non funziona così, avere un figlio non è questo! Altre volte vorrei rispondere alle ottimiste che dicono “vedrai, passerà tutto, tornerà tutto come prima, andrà tutto bene” che ecco, in effetti no, secondo me non è esattamente così. Non si torna mai indietro quando si diventa mamme, si va solo avanti, e per farlo consapevolmente e felicemente, per diventare persone migliori e non un grumo di rancori inespressi occorre lavorare sempre su noi stesse, darci degli obiettivi, fare dei piani, agire, e non basta stare ad aspettare fiduciose che tutto volga al meglio, mettendo tutto in standby e “pensando solo ai bambini”. Scopriremo altrimenti che il prezzo da pagare è altissimo: dimenticarsi di vivere e poi magari infelicitare anche la vita di qualcun altro.
E’ un pessimo paese questo, e un pessimo momento per le neomamme. Vedo tendenze reazionarie, retrograde, che stanno riportando le donne a casa, stanno distorcendo la loro consapevolezza al punto da far passare come “scelte” fatte per il bene dei figli e della famiglia delle vere e proprie violenze psicologiche. Si tratta di farsi sentire, di non arrendersi alla precarietà, di non cedere ai ricatti morali, di lottare per le cose che si amano, lottare perché quei padri che ancora non vedono tutto questo, quelli che prima ti sembrano così progressisti e poi di fronte a un neonato regrediscono al medioevo, lo capiscano, ed anche tutti gli altri. Lottare per maggiori servizi alle famiglie e rifiutare l’idea ridicola tutta italiana che “siccome sei la mamma” è giusto che sia tutto sulle tue spalle.
Pensavo che tra la mia esperienza allo stesso tempo fortunata e disincantata e quella delle tante giovani mamme come Wonder, che oscillano tra la celestialità e i baratri della depressione, ci fosse un abisso, ma la magia dei blog è che mondi apparentemente distanti possono parlarsi, capirsi, e lavorare insieme. Quindi grazie, Wonder, perché ci sei. Anch’io ci sono, per te e per tutte voi, per porci tutte le nostre domande più scomode, dire tutte le cose che le “mamme per bene” non dovrebbero dire, e anche, perchè no, per prenderci un po' in giro.
Per la cronaca, ultimo viaggio in aereo con Pezzetto: il malcapitato passeggero seduto davanti, all’ennesimo scossone, si gira. Senza dargli il tempo di fiatare gli faccio
“ I told him to be quiet. Now, what do you want. I cannot kill him.”-----
p.s. SI, per scrivere tutti questi complimenti l'ho pagata profumatamente...