il blog di una mamma per caso

giovedì 29 ottobre 2009

La tata che non tata

Pressata da un incarico da freelance con scadenze che rasentano la follia, ho deciso di fare l'unica cosa sensata: prendere di corsa la prima tata che si fosse presentata.

E' arrivata Mariela, 40enne peruviana dall'aria di pia donna, con un dito mozzo e un ciuffo bianco.

"Sei perfetta" ho esclamato mollandole la Polpetta e rispondendo con l'altra mano a un email del capo di turno che chiedeva quandocimanditutto?quandocimanditutto?

Mariela e' tanto una brava donna e fa tutto molto a fondo. Ci mette cinquanta minuti per preparare una pastina, trenta per un biberon, dai dieci ai quindici minuti per aprire uno yogurt.

Mariela e' tanto una cara signora, anche se fa confusione con le lingue. "Porta a Viola il suo orsetto" e le mette il cappotto. "Portala in terrazzo a fare due passi" e inizia a fare un puzzle. "Leggile questo libro" e mi fissa incantata, con suo sorriso ebete da bravissima persona che non capisce una ceppa.

Mariela e' tanto buona, non alza mai la voce. Cioe', e' che forse la voce proprio non ce l'ha. "Mariela, parlaci un po' con Viola". E lei: "Vvviooooollaaaaa" con una voce roca e bassissima, tonalita' Et l'extraterrestre. Inquietante.
"Mariela, cantale una canzone mentre la culli cosi' si addormenta". E Mariela: "Aa, a." Mariela, un po' di piu'... "Aa, a. A."

Mariela e' tanto gentile e discreta, ma non le si puo' lasciare Viola da sola perche' non sai se la ritroveresti in salute. Mariela e' cosi', dolce dolce e tanto rincoglionita. Quando non sa che fare va in stand-by, si ferma e fissa il vuoto finche' non le dici qualcosa, e allora il sistema le riparte.

Mariela e' poco esperta, anche se incredibilmente ha fatto la tata per tre anni presso una famiglia con la quale ho anche parlato ricevendo discreti commenti. Eppure Mariela ha lavato i biberon di Viola col brillacciaio, che se poco poco non sentivo uno strano odore, mi ammazzava la nana.

Mariela e' tanto una cara donna, ma credo che non durera' fino a stasera.

lunedì 26 ottobre 2009

Paris

La prima volta che sono stata a Parigi avevo 11 anni, Eurodisney aveva appena aperto e mio padre imbucò me e mio fratello in un viaggio di lavoro per andarlo a vedere. "Mi raccomando" disse mia mamma, rimasta a casa "non far mangiare a papà le ostriche che poi si sente male". Cosa pensò bene di fare il mio saggio genitore la sera prima di andare a Eurodisney? Si magnò un'apocalisse di orrende ostriche, incurante delle mie proteste. Passai la notte con un occhio chiuso e uno aperto a vegliare che non stirasse le zampe per un colpo apoplettico da mollusco. Non successe nulla, ma il giorno dopo ero più morta che viva. Quando chiamò mia madre le raccontai delle ostriche e si limitò a dire "Ah. E vabbè."
E vabbèèèèè?????
Ho ancora una foto accanto a Pluto, in cui praticamente gli casco addosso dal sonno.

La seconda volta avevo 16 anni e a Eurodisney ci abbiamo portato mia sorella. E' venuta anche mia madre e indovinate che s'è magnata la sera prima? Le ostriche. Ma che presa per il culo.

La terza volta sono andata con la mia amica G. e Parigi era una fuga da Roma e dalla parte peggiore di noi stesse. Era una cura, un personale rehab nella mansarda di sua zia da cui si vedeva un panorama che accarezzava gli occhi, fatto di tetti fumanti, nuvole chiare e una minuscola tour eiffel in lontananza. Era la settimana della spesa da Monoprix, delle zucchine grigliate alle due di notte, delle camminate che duravano tutto il giorno e percorrevano in lungo e in largo la città. Il centro e la periferia. I parchi e i musei. Per non pensare. Per guarire. Per consumare le suole e, insieme, il dolore.
E poi è stata la settimana della caviglia storta a duecento metri da casa, col taxi che si rifiuta di accompagnarci perchè è troppo vicino.
"Ma ho storto la caviglia, la prego..."
"Non."
"Ma le fa male, guardi che mica ci deve portare gratis, la paghiamo!"
"Non."
"Abbia pietà!"
"Adesso scendete e andate a piedi!" ha intimato in un francese molto comprensibile.
Ci ha mollato lì dove ci aveva caricate, borbottando come solo i francesi sanno borbottare.
Siamo tornate a piedi sul serio, io saltellando su un piede solo e giurando vendetta.

La quarta volta a Parigi forse un giorno la racconterò, ma non l'ho ancora metabolizzata bene.


Questa qui era la quinta volta.
Ci sono tanti posti che non ho ancora visto, ma a Parigi con lui volevo tornarci. Parigi è atmosfera, semplicemente.
Immaginavo la salita per Montmartre fatta di corsa e l'arrivo all'angolo de Le Consulat, da dove si aprono le stradine colorate e inizi a vedere i pittori e i localini e i vicoli stretti.


Anche questa volta niente musei, niente monumenti, niente orari. Abbiamo cercato di vivere la città il meno possibile da turisti, approfittando dei consigli di amici e conoscenti che conoscono bene la ville lumiere.
Alzarci non troppo presto la mattina e gustare un pain au chocolat per colazione in un tavolino all'aperto. Fermarci in un piccolo bistrot a pranzo. Fare window shopping (giusto quello), fermarci per i dettagli, per le foto, per un bacio.
Che la città è romantica non ve lo devo dire io...
Comunque. Il gusto che hanno i parigini ecco, a noi manca.
Qui è un po' tutto più rilassato e lasciato andare, il che certo non è un male, ma manca un po' la cultura del bello.
Quando ho visto il quarto fioraio di Parigi dove i fiori sono sistemati che sembra il paradiso terrestre ho pensato ma che carino. Quando ho visto il terzo pescivendolo con i merluzzi lascivamente adagiati sulle foglie di palma ho detto wow, che eleganza. Quando ho visto l'ennesimo parrucchiere che sembrava una spa a cinque stelle ho pensato ma guarda ste francesi come si trattano bene. Quando poi ho visto un negozio fichissimo di design e sono entrata, ci ho messo cinque minuti buoni ad accorgermi che non vendeva pezzi unici ma scope, alzamonnezza e scopettoni.
Che devi fa: stanno avanti.

(nella foto: da sinistra, tre coiffeur coi controcojoni. a destra, scopettoni deluxe. for your eyes only.)

Altra cosa che qui non faranno mai: rendere vivibile il lungofiume. Tutti i weekend a Parigi una parte del bellissimo-e-curatissimo lungosenna è pedonale. Bambini in bici con le famiglie, anziani a piedi, ragazzi in rollerblade e coppie che fanno jogging si godono un argine in parte asfaltato e in parte pavimentato con alberi, pulito e soprattutto senza odore!
No, dico: vacci in bicicletta sul Tevere. Al km. 1 attraversi un campo nomadi e se ti dice bene sono distratti da un grande barbecue che a seguito darà fuoco a un barcone, al km.2 eviti per puro culo una buca, ma solo perchè dentro c'è gia uno: morto. Al km.3 ti incolli la bici perchè la pista è interrotta da uno sfasciacarrozze abusivo. Se sei sopravvissuto e arrivi al km.4 non cantare vittoria: spiunta una pantegana de un metro e mezzo e te se magna vivo.
E io la mia città la amo, sia chiaro.

Abbiamo mangiato come assassini in posti deliziosi. Questo in primis (se andate a Parigi è una tappa obbligata, delizioso sotto tutti i punti di vista), ma anche questo, questo e un brunch pazzesco qui.
Ho finalmente assaggiato questi macarones che vanno tanto di moda e che si riassumono in un Ringo molle con una crema burrosa che si spalma completamente sulle arterie, come direbbe Lui. Nothing special. Non quanto le crepe, almeno che abbiamo mangiato - è il caso di dirlo - in tutte le salse.


Siamo finiti in un sexy concept store fichissimo dove non ho resistito a prendere un... ehm... piccolo gadget ^^ e in una strada nei pressi di Pigalle completamente piena di negozi di parrucche. Ok. Nemmeno lì ho saputo resistere. Me ne sono tornata a casa col mio aterego moro in valigia, che ancora non so bene a cosa servirà...halloween?carnevale?badhair days?uscite folli con le amiche?seratine con lui e la guepiere?
Mah, chissà. Mia madre ha sentenziato che questa è l'ennesima riprova della mia pazzia.

(Ceci n'est pas une blonde)

Paris è sempre Paris. Le caviglie sottili delle donne, la luce calda delle sei di sera, i bambini vestiti da parigini - maglietta a righe e coppola blu - quasi fossero mascherati, e invece no.
Come ho fatto per Londra mi sono chiesta se ci vivrei, e qui la risposta è più simile a un si. Forse è il clima, la luce, la bellezza dei tetti delle case che ancora mi strega.
Anche se: si, i parigini sono per lo più insopportabili.


Questo weekend ha dato inizio a un sentimento nuovo: il Polpetta-missing.
Qualcosa mi dice che il prossimo weekend (che non sarà molto presto) ce lo faremo in tre.
Se non altro per non vedere Lui che ogni mezz'ora mi guarda e, con l'occhietto triste, fa:
"PPPPOOOORPIIII!"

(oh si, queste sono poco parigine ma erano li'... e ci hanno fatto pensare a lei)

p.s. ho recuperato il mio Mac dall'assistenza (LADRI!) e...surprise! Non mi apre Photoshop. Visto che non posso caricare foto da 3 mega l'una, penso che ci sarà un aggiornamento fotografico di questo post oggi o domani. Stay tuned.

giovedì 22 ottobre 2009

Sono stata ottimista

Qualche giorno fa mi arriva una mail:
Ryanair Boarding Rules
o qualcosa del genere.

Ryanair? In che senso?
"Amore, ma hai prenotato qualcosa su Ryanair?"
"Hm...no, perche'?"
"No, qui mi sono arrivate indicazioni su checkin online e bagagli a mano."
"Guarda l'itinerario, dovrebbe esserci scritto. Magari si sono sbagliati."
"Ah si, eccolo: Parigi."
"Parigi?"

C'e' stato un attimo di sommesso silenzio e poi e' arrivata l'illuminazione.

"PARIGI! Ma certo!"
"PARIGI! Ma come abbiamo fatto a dimenticarcene?"
"Eh, come abbiamo fatto... te l'ho regalato a Maggio!"
"Azz, e' vero. Certo pure te che compri i voli a sei mesi di distanza."
"Beh ma era il tuo regalo di compleanno e c'era una promozione in corso, erano imperdibili! Ti giuro a quel prezzo non si trovano piu'!"
"E me li hai regalati per il compleanno? Pulciara."

Questo faceva parte del mio pacchetto ottimismo di qualche tempo fa.
Quello "ma siii, noi non rinunceremo ai weekend da soli!"
In una settimana ho dovuto corrompere mia madre per tenere l'ennesima volta Viola, trovare un b&b decente, supplicare di nuovo mia madre, pregarla in turco, prometterle che non l'avrei fatto mai piu', chiamato una conoscente babysitter per supportarla, pregarla nuovamente, riconoscere di essere una figlia infame, fare ammenda dei peccati e delle rispostacce degli ultimi vent'anni, promettere di aiutarla con il pranzo di Natale.

Poi, la seconda illuminazione:
"Perche' qualche volta non chiedi anche all'altra nonna?"
E' vero: abbiamo una suocera! In certi momenti chissa', potrebbe anche essere un gran bene.

"Buonasera nonnadue, che per caso questo weekend se ha qualche ora libera, se le garba, se non e' di troppo impiccio, si terrebbe la Porpi per qualche ora? Magari addirittura un pomeriggio intero?"
"Oh cara, sai, e' una bellissima idea e mi piacerebbe davvero tanto."
"Fantastico, allora glie la porto domani."
"No, aspetta, cos'hai capito. Mi piacerebbe MA questo weekend siamo fuori per una rassegna artistica me-ra-vi-glio-sa in un borgo medievale."

Quindi. Sto ancora lottando con mia mamma per non buttare i biglietti aerei, e penso che alla fine la spuntero'.
Nel frattempo, non so perche', i borghi medievali mi stanno improvvisamente sulle balle.

domenica 18 ottobre 2009

MomCamp e IrishCoffee

Capita che ti alzi un sabato mattina e trovi il tuo compagno pronto all'azione: "che facciamo di bello? pranzo al centro? aperitivo al parco? barbecue?" "Ehm, oggi ti porterei alla Casa Internazionale delle Donne per ascoltare una sorta di convegno spontaneo di madri che riflettono sulla loro condizione di donne e lavoratrici. Si chiama Mom Camp." "Vuoi punirmi per qualcosa? Ho visto troppe partite? La playstation ti disturba? Guarda che possiamo parlarne."
Capita che ci sono un sacco di donne per cui il sabato mattina è giustamente sacro, e quindi di scoprire che anche se sei arrivata alle undici in realtà non ti sei persa niente tranne il tuo intervento, svanito in un non meglio definito dopopranzo.
Capita che sembri la cosa più naturale del mondo incrociare una sconosciuta che sta andando al bagno con un neonato nel marsupio e importunarla con un: "ehi, ma tu sei Caia! io sono Wonder!" "oh Wonder, piacere!" (certo, davanti alla porta del bagno perchè l'atmosfera è tutto).
Capita che ti sei portata dietro due amici con bimba e allora cosa c'è di meglio di un pranzo a trastevere e un irish coffee alle due e mezza, fatto con Nescafè e mezzo litro di Whiskey, da un greco che ha aperto un pub irlandese e parla inglese british.
Capita di incontrare due scrittrici, una che si porterebbe tranquillamente Viola a casa, l'altra che l'avrebbe partorita con Joni Mitchell, che non è un modo di dire.
Capita di essersi proposte per fare un intervento poi trovarsi lì, riflettere sul tema 'mamme e lavoro', e capire che sei semplicemente andata a dichiarare "ops, sono un po' disoccupata".
Capita di conquistare il microfono all'alba delle quattro con il digestivo di cui sopra ancora bene in circolo, e parlare di un sacco di cose senza concentrarti su niente, e poi di capire da qualche sorriso che va bene così.
Capita che qualcuno ti dica "ah, la Polpetta! ma allora esiste, non ti scarichi le foto da internet!"
Capita di trovarsi con loro due e lei e ancora Caia e fare una tavola rotonda sul sonno dei bambini davanti al desk delle registrazioni, in uno dei rari momenti in cui Viola se la dorme beata.
Capita di scoprire così che Tracey Hogg - acclamata autrice di un metodo di nanna alternativo a Nosferatu Estivill - ci abbia prematuramente lasciato (e di fare una delle mie solite battutacce: "Oh, e di che è morta? Di sonno?")
Capita che si parli, tutte insieme e in realtà senza grossi collegamenti o filtri, di cibo biologico e pannolini lavabili e geniali farmacie e coaching e bambini bilingue e un sacco di altre cose.
Capita di andare via un po' così, ancora un po' - come dire - irishcoffee e di pensare che sarebbe stato bello dire qualcosa di veramente interessante e sperare di averlo comunque detto tra le righe, o nella metà storta di qualche sorriso.
Capita di pensare che sia stata una bella giornata nonostante la notiziaccia della Hogg per l'acquisto esclusivo della quale, segretamente, giocavo ogni giorno al Superenalotto.

giovedì 15 ottobre 2009

Essere presa sul serio quando lavori da casa

"Ehm, mamma stamattina verresti a tenere la Porpi che ho un lavoretto da freelance e devo scrivere..."
"Ma esci?"
"No no, scrivo qui da casa, mica gli danno l'ufficio ai freelance."
"Ah ok. Vedrai: non ti disturberemo per niente."
Sollevata, accolgo mia mamma e lancio la Porpi tra le sue braccia.

Dunque, ho passato tutta la mattina così:
Scusa ma la devo cambiare o l'hai già cambiata?
Mi dici dove sono i vestitini? Ma questo è nuovo? E questo è sporco?
Ma la lavatrice non l'hai mandata! Ma perchè usi questo ammorbidente che puzza?
Scusa la tieni un attimo devo fare una telefonata.
Questo giochino è un po' pericoloso, ha gli angoli. E quant'è brutto st'orso rosa!
Le do un po' di succo di pera? Questo biberon è da lavare?
Scusa la tieni un attimo devo andare al bagno.
Pronto? Si sono a casa di tua nipote, tieni, è lo zio che ti vuole salutare.
Mi dici dove sono i calzini antiscivolo?
Ma la febbre stamattina glie l'hai provata? E ste unghie glie le tagli mai?
Oooh prendila un attimo che vuole te! Sei senza cuore!
Tienila un attimo che non riesco ad aprire il box.
Come fuori fa troppo freddo? Le ho messo il golfino! Ah, è di cotone? Davvero?
Ma la pastina la cuoci tu?
Senti ieri le hai dato la carne o il pesce?
Scusa la tieni un attimo che devo girare il brodo.
Certo che non ti va mai bene niente eh, vengo qui e devo stare pure zitta!

Penso che a casa mia neanche il Dalai Lama riuscirebbe a concentrarsi più di mezzo minuto.

mercoledì 14 ottobre 2009

Il post c'è ma non si vede (qui)

Sono ospite di Mommy Pride, il mommyblog di Donna Moderna. Il mio post di oggi lo trovate lì.
Parlo dei problemi del sonno di Viola e dei nostri improvvisati tentativi di risolverlo.
Fatemi sapere che ne pensate :)

martedì 13 ottobre 2009

L'ordine è uno stato mentale

Quando si vuole dare ordine alla propria vita, di solito si inizia in modo pratico.
Io parto dai cassetti perché, ammetto, i miei sono sempre stati affollati come il Suk di Marrakesh. Dentro ci potevi trovare di tutto: appunti, penne, blocchetti, foto, piccoli pupazzi, vecchie caramelle appicciate sul fondo, bollettini mai pagati e le more di quei bollettini, cartoline, mazzi di carte spaiati, lettere e biglietti, diversi rotoli di scotch finiti con cui ho sempre pensato di costruire un'opera di arte moderna.
Tutto abbracciato insieme, amalgamato e indistinguibile come un minestrone di disordine. Per me in realtà non era un problema, lo bollavo come caos creativo e ci convivevo con scioltezza, ma quando c'era da cambiare mentalità, quando iniziava qualcosa di nuovo, quando occorreva rimettere in ordine i pensieri, curarsi dei cassetti era educativo e catartico.

Visto che qui pare che non si concluda mai niente, ho deciso di dare una svolta alla giornata mettendo in ordine quella pila mostruosa di vestitini vecchi di Viola che occupava due ripiani.
Ora, ammettere che una bambina di un anno abbia già vestitini vecchi fa un po' impressione.
Metterli a posto e scoprire che in un anno - grazie a qualcosa comprato da te e a parenti ed amici molto generosi - ha accumulato più vestiti che te in ventotto anni, fa paura.
Perchè non sono solo quelli. Penso ai giochi, che ormai sono stanziati in due bauletti rosa e soprattutto sulle mensole della libreria, il magico volante tra l'Allende e Grossman, l'orso Trudi abbracciato a Safran Foer. E i mastodontici oggetti che popolano le nostre stanze: passeggino, box, girello, seggiolone, tappeto gioco, fasciatoio.
E' che ormai le sue appendici abitano la casa più di noi.
Stanotte per andare in bagno non sono stata abbastanza sveglia da dribblare il girello, ci ho infilato un piede dentro e sono arrivata alla tazza pattinando.
Prima ho tirato giù qualche insulto, poi mi sono messa a ridere, poi mi veniva un po' da piangere e ho deciso che stamattina avrei rimesso a posto i cassetti.
Penso che mi fermerò a quelli di Viola. Per quanto sia tutto molto dolce, per quanto l'equilibrio sia una strada che sto cercando di percorrere, non sono ancora pronta ad aprire i miei e trovare le impronte dei miei 26 anni ancora fresche.

giovedì 8 ottobre 2009

Viola bacia tutti

Alla Polpetta piace
la pizza bianca, correre nel girello, rotolarsi sul letto, lanciare gli oggetti e andarli a riprendere (avrà preso dal mio cane?), il suo telefono musicale che canta canzoni ipercaloriche: "ciao maialino/è ora di mangiare/ma quante cose/da dove cominciare?", i video di cani di youtube con in sottofondo la canzone "who let the dogs out" (who?who?whowho?), i fagiolini, il terrazzo, fare SpiderPorp con il papà sulle pareti del salotto, ridere con la nonna, il solletico sulla pancia, la fattoria degli animali, gli uccellini, seminare di briciole di biscotto il divano, lamentarsi, le altalene, i piccioni, assaggiare la pasta della mamma seduta in braccio a lei, gli scherzi, le persone buffe, il prato, la pallina rosa, il libro pop-up delle principesse, stringersi addosso a me e coprirsi la faccia con la manica della mia tshirt, le cose che fanno rumore, ma soprattutto, più di ogni cosa, a Viola piace darei i bacini.
Ai suoi pupazzi ma anche a me, alla nonna, agli zii, a persone conosciute da poche ore.

"Guardala non è bellissima? Oggi mandava baci anche al tecnico della caldaia."
"Tra quindici anni questo sarà il mio inferno"
ha sospirato Lui, con un guizzo di intenso terrore negli occhi.

mercoledì 7 ottobre 2009

Dagli il giochetto suo, quello lì a forma di uccello

E' che io questi me li immagino.

Germania. Interno giorno, fabbrica Makers Wild Planet.
"Gvarda kvesto disegnino hehehe"
"Zei zempre zolito majale."
"Kvesto fa felize tua moglie. Gvarda ke bel design."
"Ma non dire shokezze."
"Fai skomessa ke tutti parleranno di kvesto nuovo prodotto?"
"Ok, skomettiamo."
"Ops."
"Perkè ops?"
"Io fato picolo erore. Mantato progetto a sezione ciochi per pampini infece ke sezione ciochi per adulti. Ke faccio io avvisa?"
"Ma dai, figurati se c'è impecille ke produce cioco per pampino con kvesta forma."


Pare che alcune mamme si siano lamentate, ritenendo questi giochi poco adatti ai loro bambini hanno dovuto nasconderli nei cassetti dei loro comodini. Pochi giorni dopo hanno scritto accorate lettere di ringraziamento alla Makers Wild Planet.

p.s. se siete amici suoi, per favore regalateglielo

lunedì 5 ottobre 2009

Non fa una piega (di lavoro e felicità)

Questa veste di datrice di lavoro mi si addice fino a un certo punto.
Primo perchè una disoccupata che da' lavoro non si può sentire, e secondo perché sotto sotto ho il cuore tenero mentre il datore di lavoro è uno sporco cinico per definizione.
Tutto ciò mi ha portata ad una riflessione che, per quanto banale, non fa una piega.
Quando si presentano queste donnine dalla faccia appesa, lo sguardo che corre sopra alle mensole da spolverare invece che su mia figlia, la mano a cotoletta (come la definisce Lui), la voce monocorde, ci tengo subito a precisare una cosa:
"Devi essere felice di fare questo lavoro. Felice di stare con mia figlia. Se tu sei felice, lei è felice e se lei è felice sono felice anche io, quindi siamo tutti felici."
Pensiero stupido? Può darsi.
Può darsi anche che sia stupido accertarsi che stia bene anche solo se fa una prova di poche ore, che se ha sete possa avere Coca fredda nel frigo, che se ha voglia di imparare meglio l'italiano io possa prestarle dei libri.
Forse è solo ingenuo, ma mi ha sorpresa un pensiero: non lo fa quasi nessuno.
La soddisfazione del dipendente dovrebbe essere il primo, supremo dictat di ogni azienda. Perchè il discorso felicetu-feliceio-felicitutti, è traducibile chiaramente in termini di produttività e qualità del lavoro. Chi è felice di fare il proprio lavoro lo fa bene, questo porta qualità e guadagno all'azienda, questo in termini assoluti fa migliorare l'economia.
Mi stupisce che, in tempo di crisi (oh! ho detto crisi! l'ho detto! denunciatemi!), si sprechino tante parole su mille argomenti disparati e così lontani dalle persone che lavorano e si fanno il culo ogni giorno, e così poche intenzioni siano dedicate a quel piccolo particolare che fa la differenza: la felicità sul posto di lavoro.
Il problema è che, come per tutte le cose storte di questo paese, siamo ormai talmente assuefatti da non accorgercene nemmeno più. Più di un'amica ha un contratto a progetto per trecento euro al mese, lavorando dalle otto alle dieci di sera senza straordinari pagati, spesso anche durante i weekend, spesso trattata come un asinello da soma soltanto perchè "quel nome" è uno di quelli che "fa curriculum". Non sono felici ma non dicono nulla semplicemente perchè è normale che sia così, perchè è un tacito accordo tra noi precari e la grandi aziende. Non credo che, durante i pochissimi contatti con l'amministratore delegato o il direttore di turno, questo abbia mai chiesto ad una di loro "sei felice di lavorare qui?"

Se non fossi mai entrata nei panni della datrice di lavoro, se non avessi realizzato quanto sia importate che una persona ami quello che fa, probabilmente questo pensiero così semplice sarebbe rimasto inespresso una volta di più.

Consiglierei ad un'ad di pensarla per un attimo in questi termini: se la mia azienda fosse mia figlia, come tratterei chi si prende cura di lei?

venerdì 2 ottobre 2009

Il Titanic è affondato nel frigo di casa mia

Con un certo compiacimento per cotale record di negligenza e sfiga domestica, vi annuncio che dopo una sospetta agonia mi si sono rotti contemporaneamente: scaldabagno, frigo e rubinetto del bagno.
Fino a un anno e mezzo fa parlare di grandi elettrodomestici mi avrebbe fatta sentire totalmente lost-in-translation perché non masticavo una parola di italocasalingo. A pensarci bene è tuttora così, ho avuto grandi difficoltà anche solo a localizzare le marche dei vari ecomostri per chiamare l'assistenza.
Una ragazza non può fare tutto da sola, diamine! (questa dovete leggerla ad alta voce con tono alla Betty Boop)
Dov'è il tuo compagno quando ne hai bisogno? Dov'è il macho che si arrotola le maniche della camicia - stranamente abbronzato q.b. in ogni stagione dell'anno - e ti sistema non dico il frigo, ma almeno il tubo del lavandino?
A casa mia: non pervenuto.

"Senti, la prossima settimana ho appuntamento con l'idraulico, il tecnico del frigorifero e l'omino dello scaldabagno" gli ho detto quando, dopo circa quattro ore, sono riuscita a parlare con lui. Cos'avrà fatto? Si sarà scapicollato a casa dicendo 'ci penso io' e arrotolandosi per bene le maniche nel tragitto?
Ma anche no! Mi ha semplicemente risposto:
"Aaah BRAVA!"
Come se gli avessi detto che mi venivano a trovare i tronisti di Uomini e Donne mascherati da Village People.
Valli a capì, gli uomini.

Vi lascio con un'inquietante immagine dell'iceberg che ha conquistato il mio frigo.
Secondo me è lo stesso che ha affondato il Titanic, ma a voi le conclusioni:


p.s. ora che ci penso: Betty Boop era mica muta? vabbè, avete capito il senso.

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