il blog di una mamma per caso

domenica 31 gennaio 2010

Quando i bambini fanno BAU

Non ricordo tutti i costumi di carnevale che ho indossato nel corso della mia infanzia. Arlecchina sicuramente. Poi corsara, il mio preferito. "Dama irlandese" (ma che è? ma perché non "damina" come tutte?). Cinesina, mi pare. E poi da adulta odalisca, piratessa - costume peraltro fedelissimo a "pirati dei caraibi", una figata spaziale - charleston, bandita, altra roba e burlesque questo Capodanno (ricorderete).

In realtà solo due tra queste mise sono passate alla storia, tutte appartenenti ai miei ultimi anni delle elementari. Il problema era che mio padre si sentiva un sacco creativo. Ma proprio tanto. E allora a un certo punto ha detto NO. No alle maschere comprate, no ai clichè da carnevale. Glie lo faccio io il vestito, pensa come sarà carina!
Ecco, appunto.

Nove anni: bottiglia di vino rosso.
Ho anche delle foto, se riesco a scansionarle le aggiungo al post. Ci sono io con le mie amichette delle elementari: una principessa, una damina, una dea greca, una gattina, una Biancaneve. E io. Una bottiglia. Di. Vino.
In sintesi ero completamente vestita di rosso sotto e sopra indossavo un tubo di cartoncino verde bottiglia con tanto di etichetta finta. In testa, sempre in cartoncino, la forma della parte superiore della bottiglia con tappo e stagnola. Credo avessi anche la data di scadenza sul sedere, non ne sono sicura. Ora: immaginatevi con che agilità una bambina di nove anni possa muoversi in quelle condizioni. La prima ora sembravo robocop, la seconda ero senza tappo, la terza ero nuda.

Dieci anni: cielo stellato.
Ero vestita completamente di blu scuro e avevo una cappa di tulle dello stesso colore che mi copriva interamente. Avevamo comprato le stelline adesive color argento e le avevamo piazzate sul tulle, tempestandolo come un cielo stellato appunto. In testa indossavo una sorta di cappello bianco a forma di luna. Dopo tre minuti dall'inizio della festa delle stelle non c'era più traccia. Perse addosso alle pareti, a terra, sui vestiti degli altri bambini, sui panini al salame. Io ero una cosa blu indefinita (il blob?). Mi chiedevano a ogni corridoio da che fossi mascherata. "Da cielo" rispondevo, perché stellato ormai era irrealistico. "Ah" rispondevano perplessi.

Ieri c'è stata la prima vesta mascherata di Viola.
L'anno scorso ci eravamo accontentati di una tutina con le orecchie, quest'anno volevo fare le cose per bene. Volevo, appunto, perché ero partita con tanti buoni propositi di farle un vestitino originale tipo Sushi o roba simile, e invece mi sono ridotta a correre all'ultimo minuto in un negozio di giocattoli.

Sapevo soltanto una cosa: volevo un costume da animaletto. Sul "quale" ero fortemente indecisa. Non cercavo una roba di marca, ma le uniche alternative presenti erano onestamente inguardabili. Mi sono rimasti in mano tre costumi, alla fine. Un Tigro. Un Bambi. E questo:



Ok, non sarà il massimo dell'originalità, ma quella codina era adorabile...
E voi, qual è stato il vostro costume di carnevale più umiliante? :D

venerdì 29 gennaio 2010

Amarcord (perché mi avete ispirata)

un due tre stella
il Crystal Ball
le Girelle
lo spot col contadino del Mulino Bianco che faceva stalking al donnone biondo
BabyBua, il cane coi cerotti
serve dire Georgie, Candy, Occhidigatto, Creamy, MagicaEmi, Evelyn, Sandydaimillecolori, MapleTown, Hilary, Pollyanna, Spank, i Puffi, LovelySara, Annette, Lalabel, Lulu, Pollon & co?
Iridella
il profumo dei dolcetti di Cherry Merry muffin
lo spot con migliaia di pulcini che uscivano dal bagagliaio di una macchina
le BigBabol alla mela verde
il giornalino di Poochie coi super gadget
i cerchietti di plastica colorati, col fiocco
BebiMia, la bambola che parlava, Spazzolina, la bambola che camminava, Sbrodolino, che si capisce cosa facesse, BebiSol che s'abbronzava e Mami, che doveva partorire!
Robin Hood (con Sir Biss narcolettico e ubriacone)
La Spada nella Roccia (il lupo asmatico, ne vogliamo parlare?)
Uan, Five e il Supertelegattone
le Puff
e tu, sai mangiare una FrutJoy senza masticarla?
Brisby e il segreto del Nihm
Barbie fiordipesco
le fiabe sonore (a mille ce n'èè....) e il mangianastri
Ero in bottega ticchetac (ma anche l'equivocissimo 'ti piace la banana?')
La storia fantastica (Mi nombre es Inigo Montoya... tu hai ucciso mio padre, preparate a morir!)
le figurine Panini dei cartoni
La storia infinita (Falcoooooor!)
Johnny Bassotto
i Cercafamiglia
i libri profumati Mursia

...e adesso continuate voi.

giovedì 28 gennaio 2010

I bei vecchi tempi...



Quando il nome l'orso giallo era ancora italianizzato.
Nella foto, i libri della mia infanzia e, sullo sfondo, di nuovo l'orso. Questa volta con un'inequivocabile scritta inglese sulla maglietta.

martedì 26 gennaio 2010

Pink Stinks? So I do stink!

Se ne sta parlando, anche se è una campagna uscita qualche mese fa.
Parlo di Pink Stinks, ovvero il movimento inglese contro la "pinkification" dei modelli e dei giocattoli offerti alle bambine. In sintesi, c'è troppo rosa, troppe principesse, troppi cucinini giocattolo. La teoria è che si offre alle piccole un modello sbagliato e preconfezionato, "Barbieficato", a cui sono in un certo senso costrette ad aderire.
Ok.
Vi dirò la mia.
A me questa cosa del Pink Stinks pur partendo da ottimi presupposti ancora non mi convince, per una serie di ragioni.

Primo: gli "statement" come prese di posizione li odio. Ogni scelta a mio parere dev'essere frutto di un percorso, a maggior ragione una che va contro un modello diffuso.

Secondo: prima di negare qualcosa, devi conoscerla. Solo in seguito, disconoscerla. Come frutto di un percorso, appunto. Questo PinkStinks è una cosa delle mamme, non certo delle bambine. Per quanto sbagliate (che poi questo è tutto da vedere) in sintesi bandire quell'universo è negare un'alternativa. Vietare. Per non far sì che le bambine prendano l'universo pink a modello serve semplicemente misura. Ma vietare non è una misura, è un eccesso.

Terzo: le alternative al pink ci sono! Non è vero che non esistono. Certo, i reparti sono meno ampi delle interminabili scaffalature di bambole e bambolotti, ma...it's the massification, baby. Gira l'angolo, giuro che ci sono i Lego, le costruzioni, i giochi intelligenti, i puzzle, i libri, e anche le giornate all'aria aperta, il fai da te, i disegni. Poi se continui a stanziare nel reparto Wynx, non ti lamentare.

Quarto: ok, dov'è la controparte? Dov'è il Monster Stinks per i maschietti? Quando proporranno l'alternativa a mostri, supereroi e attrezzi da lavoro per lanciare la parità dei sessi anche su cucinini e ferri da stiro giocattolo? Ma forse la vera domanda da farsi è: perché i maschi stanno comodi nei loro stereotipi e noi no? Forse perché se ne sbattono un po' di più. Il genitore di un bambino che gioca al meccanico non credo abbia paura che da grande il figlio si sposi con la cassetta degli attrezzi. La mamma che racconta la favola ha paura che la figlia passi l'esistenza a cercare il principe azzurro. Naif?

Quinto: Houston, qui parla una cresciuta a pane e principesse. A cartoni di maghette e giocattoli rosa. So a memoria le canzoni dei cartoni e per un periodo ho adorato il rosa in tutte le sue gradazioni. Nonostante ciò, ritengo una persona mediamente intelligente, ne' ossessionata dallo stereotipo ne' plagiata dal mio cestino da picnic giocattolo o dalla casa di Barbie. Ho avuto la mia fase pink, poi l'ho messa in discussione, poi ne ho tenuta la parte che desideravo.

Sesto: mi pare che intorno ai 4-5 anni (correggetemi se sbaglio!) una bimba è nel pieno della fase imitativa della mamma, quella che la aiuta a distinguere la sua femminilità a confronto col mondo dei maschietti. Non è in un certo senso innaturale toglierle strumenti di gioco che la aiutino in questo? Non è che la bimba cucina e dà la pappa al bambolotto perché ha visto Martha Stewart in dvd. Le piace copiare la mamma, la fa avvicinare al suo mondo, la gratifica. Non veste la bambola coi vestiti carini perché è una fashion victim, solo perché è così che vede la mamma. E sticazzi se la cucinetta è rosa e i vestiti sono da principessa, scusatemi. Non gioca mica solo a quello. Come in tutte le cose, serve equilibrio, no? Questo punto è una mia deduzione, potrei sbagliarmi quindi se c'è qualche psicologa all'ascolto mi dia un parere.

E' che siamo sempre alle solite, un discorso da "festa della donna", se vogliamo. Dobbiamo dichiarare che siamo superiori alle modelle tg.40. Dichiarare che siamo intelligenti. Dichiarare che siamo pari agli uomini. Dichiarare che siamo per la bellezza autentica. Mi includo nel mucchio, perché anche io dichiaro un sacco di cazzate, forse per sentirmi meglio.
A volte ne vale la pena, le restanti mi sembra solo l'ennesimo motivo per fare pollaio.
Chi è davvero superiore allo stereotipo non ha bisogno di dimostrare niente.

Ecco, io più che a indossare una maglietta con scritto "il rosa puzza", e farla indossare a mia figlia, aspiro a non sentirne il bisogno.
Dovrei forse indossarne una con scritto "I believe in utopia"?

venerdì 22 gennaio 2010

Growin' up





Sedici mesi e un po'.
Settantanove centimetri.
Una decina di chili.
E mi sconvolge: sai i versi degli animali, capisce richieste come "raddrizza Winnie Pooh che è storto", prova a fare le bolle di sapone annusando molto forte la rondella. E mi imita: prende la sua borsetta col cane di peluche, se la mette a metà braccio e saluta. Manda baci, continuamente. Con quel verso forte che fa proprio PCIU', mi insegue per casa per baciarmi e schiocca le labbra sul mio primo pezzo che trova, una gamba, un ginocchio, un orecchio.
E inizia a rispondere, blaterando parole tutte sue.
"Viola come ti chiami?"
"Pichann."

E' meravigliosa, dolcissima e perfetta. Chi avrebbe mai detto, agli inizi della mia avventura da genitrice improvvisata che alla fine avrei parlato così, con paroline sdolcinate e occhi a pesce lesso?
Il fatto è che, crescendo, fa crescere anche me. Non per le cose che faccio - sono ancora un disastro su molti aspetti - ma per le domande che mi pongo. E per come è diventata essenziale.
Sono uguale a prima, eppure diversa.
Non so spiegarmelo.

mercoledì 20 gennaio 2010

Avatar: tra plagio, sorprese e geek morti

Attenzione: questo post contiene degli spoiler. Se non avete visto Avatar, leggetelo a vostro rischio e pericolo.

Allora, c'è un ragazzotto americano che si ritrova improvvisamente in una foresta magica, e conosce una nativa del luogo di cui si innamora follemente a dispetto di tutte le pippe tipo "apparteniamo a mondi diversi, un metro e mezzo ci separa e blablabla".
Ci siamo?
I nativi vivono in armonia con l'energia della natura, guidati da una specie di santona, parente della ragazza. C'è pure un guerriero, che quando vede che lo straniero se la fa con la sua amica, rosica a bestia.
Ok. Questo ragazzo non è in buona fede: in realtà lavora per dei cattivissimi cattivoni che vogliono radere al suolo la foresta magica credendola una foresta qualsiasi, e quasi ci riescono con le loro enormi ruspe.
C'è un albero magico che i cattivoni non devono assolutamente abbattere e loro che fanno? E che ve lo dico a fa.
Ma il ragazzo si redime e grazie all'amore scopre anche lui la magia della foresta, che alla fine...

Stop.
Ok, ve l'ho raccontato quasi tutto.
Il fatto è che non vi ho raccontato Avatar, ma Ferngully - le avventure di Zak e Crysta, un filmetto di animazione di second'ordine uscito svariati anni fa, che conosco bene perché era uno dei preferiti di mia sorella.
Praticamente, Avatar è la bella copia - con qualche astuta e futuristica revisione - di Ferngully. Sono rimasta abbastanza sconvolta dal parallelismo lampante delle storie, davvero incredibile.
Sono sicura che Cameron abbia puntato sul fatto che Ferngully l'abbiamo visto in tre, io mia sorella e mia madre, però a noi non è sfuggito, CARO GEIMS.
Volpone!

Ve lo dico: il 3d è pazzesco, e il film è un'orgia estetica.
Chi ama la fotografia, le soluzioni scenografiche e la cura del dettaglio godrà come un suino tra le poltrone di quel cinema. Io ero estasiata.
Le scene in notturna erano semplicemente meravigliose, e il 3d rende tutto molto più coinvolgente.

I protagonisti, che visti in statico a me non dicevano niente, sono espressivi al massimo. Che genio questo Cameron.
Che dite? Ah. Ok, lei somiglia un po' alla protagonista di un vecchio film Disney, Atlantis, e anche un po'a quella di Aida degli Alberi? Ma funziona, no?
Che paraculo, questo Cameron!

Per la nostra gioia didascalica troviamo anche il sergente cattivone tutto muscoli e niente cuore. Ma non lo trovate ugualissimo a quello di Small Soldiers? Impressionante!

Ma ci sono anche delle novità assolute:
- l'amico geek che alla fine la pianderkiu. No, di solito l'amico geek è quello con l'occhiale che all'inizio subisce poi a una certa esplode e diventa l'eroe simpatico della scena, quello che durante la battaglia, dopo un iniziale momento di cagotto, si calca il berretto con una battuta tipo: "ehi ragazzi, facciamoli tutti secchi". Questo no. Questo prima passa 520 ore a studiarsi come entrare negli avatar e fare almeno tre passi in fila, poi arriva il giovane gnocco e ignorante e in 3 minuti sta a giocà a basket col capo. Studia tre mesi la lingua dei nativi, quello si fa la gnocca selvaggia ed ignuda che lo prende in stage e in due giorni parla Na'vi come fosse slang. Si getta volenteroso in battaglia e dopo dieci minuti muore. Ao'. Ma che è?
- la bruttezza di Sigourney Weaver aliena. La Weaver non è una figa ma ha un certo fascino. Ecco, trasformata in alieno è una roba inguardabile, sembra lei a 85 anni. Avvizzita, dentuta e perennemente in un orrendo abbinamento di shorts e canotta. Spero sia in causa con la produzione.
- La coda di capelli viva. No, questo è uno dei miei incubi ricorrenti. Pensate se al mattino quel groviglio che vi ritrovate intorno alle orecchie fosse vivo. Che farebbe? Dimenticate di pettinarlo: come si comporta? Non fate i colpi di sole per due mesi: che fa? Capite quante volte potreste rischiare la vita, se i vostri capelli fossero vivi?
- le inutili preghiere alla Dea.
Lei: "che fai?"
Lui: "prego la Dea che ci aiuti."
Lei: "ma la Dea ascolta, mica esaudisce. lei si limita a mantenere l'equilibrio."
Tra le righe: se l'equilibrio prevede che tu muoia squartato da una moto sega, cazzi tuoi.
- l'inutilità del sistema sanitario americano.
Sergente: "Ah, sei paralitico. Perchè non hai fatto quell'intervento per riprendere l'uso gambe?"
"Sa, in America se non c'hai i soldoni col cazzo che il servizio sanitario ti opera. Sono venuto qui sperando che un Avatar alieno e l'energia della magica foresta mi restituiscano le gambe."
Tradotto: giusto un miracolo. Obama, no he can't.

lunedì 18 gennaio 2010

Devo dirvi una cosa...

"Ah, quindi era una milanese d.o.c."
"Si, si. Di quelle che dicono tempo e merenda con le e chiusa."
"Ah. E' bello che abbiate parlato di tempo e cibo: ottimo modo di iniziare la conversazione. E poi?"
"E poi niente, mi ha chiesto se mi andava di scrivrnlibr."
"Eh?"
"Di scrivere un libro."
"Azz. E' una cosa seria!"
"No, sarebbero sempre le solite cazzate che scrivo io. Però stampate."
"Beh, le cazzate stampate diventano rispettabilissime opinioni. Non sei felice?"
"Eccome. Sono talmente felice che sono terrorizzata. Ma anche euforica. E incredula! E un sacco di altre cose..."
"Sei una scrittrice!"
"Oddio, no, c'ho solo avuto un discreto culo. Sai tutte quelle cose che succedono, che senti dire in giro: quella ha aperto un blog, un editor l'ha scovato e adesso la pubblicano. Ecco: succede. E' successo a me! Non è incredibile? Io, che non ho mai fatto più di uno al Superenalotto, che sono rimasta incinta col coito interrotto e che pure al Mercante in Fiera c'avevo sempre sto cazz'e lattante! Io. Pubblico. Un. Libro! Un attimo, respiro se no vado in iperventilazione e muoio."

Questo succedeva qualche mese fa.
Ho incontrato la mia editor, e ancora mi fa un certo effetto scrivere "la mia editor" perché è una vita e mezzo che volevo farlo, e davanti a un caffè abbiamo parlato del mio libro, e scrivere "il mio libro" potrebbe farmi schiantare a terra dall'emozione quindi se il post finisce qui sapete perché.

Inspiro.
Espiro.
No, eccomi, ci sono.

Poi è successo che ho iniziato a scrivere. E morivo dalla voglia di rivelarlo qui, ma al tempo stesso sapevo che dirlo un anno prima mi avrebbe messo soltanto un sacco di ansia addosso, quindi ho deciso di aspettare che fosse finito, ma in realtà non lo è ancora: per motivi personali ho interrotto il mio lavoro a metà, e lo sto riprendendo adesso. Non so esattamente quando lo finirò, ne' quando uscirà, ma mi auguro fortemente di riuscire a partorirlo (ho ho!) entro l'inizio dell'estate :)

Pensavo fosse più facile, a dirla tutta. Quando lavoro da casa, ogni tre parole c'è una Polpetta di settantotto centimetri che vuole: acqua, mamma, giocare, mamma, Osvaldo il fattore, mamma, la pecorella, mamma, i cubi impilabili, mamma. E anche: mamma, mamma e maaaaaammmmmaaaaaaaa.
Ho provato a fare come gli inglesi, incollarmi il portatile e andarmene in un bar, solo che qui è considerato vagamente inopportuno chiedere a un locale qualunque se puoi scrivere lì un pomeriggio. In fondo non siamo in UK e io non sono la Rowling, anche se mi piacerebbe molto.
Soprattutto, è strano vedere come quello che sul blog scorre con naturalezza, su un file word diventa improvvisamente strano. Io, che sul blog sopporto con noncuranza anche errori grammaticali pesanti, davanti al puntodoc mi trasformo in un mostro di autocritica:
"Questo capitolo è una vera merda."
"Ma no, è carino."
"No: è una merda."
"Ma noo! E' davvero carino!"
"Nooo è una vera merda!"
Così, ad libitum, per ogni capitolo.

In realtà è un libro che ho molto a cuore, e che spero - se deciderete di leggerlo - vi piaccia. Prendeva spunto da questo blog, ma si è evoluto in maniera totalmente autonoma ed imprevedibile: un piccolo cucciolo di anguilla tra le mie mani, che mi ha portata dove immaginavo ma anche dove non avrei creduto.

E' incredibile come sia successo tutto così in fretta.
Sono rimasta incinta, ho perso la mia vita così come la conoscevo, tutte le mie sicurezze e pure il lavoro.
Per questo ho aperto un blog. Per raccontare. Per ironizzare. Ma anche per andare a fondo delle cose, quelle che non si dicono, quelle che avrei voluto leggere io.
E poi, proprio grazie alla Polpetta e al blog, ho ritrovato un lavoro.
Anzi, sto realizzando un sogno.

Scusate, ma in questo momento tutte le parti di me - la ragazza infantile, la mamma, la donna, l'enfant terrible, la maniacodepressa, la razionale, la pazza, la mittente di curricula, l'autrice di racconti tutti nel cassetto, la sognatrice, la sfiduciata, la ribelle, la determinata - stanno tutte chiudendo gli occhi insieme a me e godendo un po'.

Una volta una ragazza che conosco mi disse una frase che non dimenticherò:
"I bambini sono... magici. Attorno a loro, le cose accadono."
Mi sa che dovrò richiamarla per dire che aveva ragione.

sabato 16 gennaio 2010

Ciò che mi nutre, mi distrugge.

Sono sbragata sul divano a guardare Easy Driver (ma dopo lo fanno ancora LineaBlu? Ditemi di si, perché lo adoro...).
Lui e la Porpi sono a letto. Io, che detesto dormire di giorno, uso questi preziosissimi minuti di solitudine per aggiornare il blog e caricare qualche foto fatta stamattina.
Al parco. Lo stesso parchetto dove andavo da bambina, quello coi pony grassi e il fortino. Quello dove le plurimamme si mescolano senza amalgamarsi con le coppiette e i jogger del weekend.
Una volta c'era un tizio coi palloncini, all'ingresso. Volevo sempre quelli d'argento, a cinquemilalire, e mi beccavo sempre quello tondo scrauso, millelire. Boh, che senso ha raccontarlo?
E' che è stato carino vedere la Porpi correre dietro alle bolle di sapone, con Lui che le faceva e io che scattavo foto. So nice, so family. Maybe too nice, maybe too family.
Non so, ecco adesso che sono entrata nel trip di Twilight posso fare un parallelo idiota: mi sento una specie di Jasper della vita familiare.
Quello che ricerca una dimensione diversa dalla sua natura, la vuole, e ci prova con tutte le forze. Il più delle volte ci riesce, altre proprio GNAA FA.
E vabbè. Prima o poi diventerò anche io vegetariana dall'eccesso.
O forse no.
Sto attraversando una crisi esistenziale.
Mentre cerco di capire come risolverla, mi sono messa in stand-by per non perdere la testa. Sono immobile. Asettica e apatica nell'occhio del ciclone, a osservare tutto quello che mi ruota intorno per capire cosa di me tenere e cosa buttare.
Mi vorrei tutta intera.
Quando ero più giovane, per il mio modo di vivere così estremo, passionale e autodistruttivo, avevo voglia di farmi tatuare la stessa frase della Jolie: quod me nutrit me destruit.
Non avrebbe trovato senso più che addosso a me, lo dico con un certo masochistico vanto.
Adesso sto imparando a vivere in modo diverso. Senza nutrirmi di eccessi - in molti sensi, anche figurato - e cercando di guardare fuori di me e dalla mia personalità complicata, per capire che ho tutto il bello che avrei chiesto alla vita, e che più di farmi tante pippe dovrei soltanto godermelo un po'.
Ha senso.
Ma io non ragiono in modo sensato.
E allora sono in crisi, perché devo riuscire a spiegare a me stessa che anche senza condirla di eccessi inutili e narcisistici, anche senza cercare cose che fanno male e inseguire desideri irrealizzabili, questa è una vita che va bene per me.
Che è bella.
Che in fondo contiene le persone che amo, quindi tutto.

Vallo a dire alla mia natura autodistruttiva del cazzo.

mercoledì 13 gennaio 2010

Sono andata in palestra. E.. oh, sono sexy!?

Yes, I can!
Giuro, ho rispettato il mio proposito di andare in palestra anche grazie alla Social Motivation: funziona!!!
Esattamente alle sediciecinquantasei di oggi pomeriggio ho varcato i cancelli del grande centro sportivo vicino casa, con un borsone nero di quelli che si usano per buttare i cadaveri nei fiumi, il bavero della giacca alzato e un'espressione circospetta.
E' vero che questo centro è pazzesco per le attrezzature, gli spazi e soprattutto la benedetta ludoteca (ho già detto che ha anche un parchetto giochi per i bambini? lo dico) e quindi, insomma, non avrei potuto sceglierne altri.
Il fatto è che raduna svariate migliaia di persone, tra cui la numerosa categoria "persone che vorresti evitare". Nel mio caso:
ex compagni di medie e liceo
ex amiche stronze
ex e basta.

So che non basterà alzare il bavero e che un giorno li incontrerò. So anche che sarà il giorno in cui giro struccata, coi capelli zozzi e un verdone tra i denti, ma il primo giorno la circospezione è comunque istintiva.
Mi sono fatta coraggio e sono entrata dentro.

Alla reception ho ritrovato appunto una tizia della festa di Capodanno. Dialogo:
"Ah, tu sei quella con la bambina che dormiva in bagno!"
"Ah, tu sei quella che l'ha svegliata. Posso ucciderti subito o c'è troppa gente?"
Ho sicuramente cominciato col piede giusto.

Mi sono diretta verso lo spogliatoio che a quell'ora, frequentato esclusivamente dai nani della piscina e dalle rispettive badanti, è un incrocio tra una terza elementare e lo sportello unico per l'immigrazione.
Per andare, avendo ancora a casa di mia madre alcune delle mie cose, avevo solo il sotto di una tuta. Moolto larga. Sopra, nessuna tshirt da indossare. Ne ho presa a casaccio una delle sue, bianca con una scritta nera, taglia L da uomo. Risultato: fra tapis roulant popolati di adolescenti in leggings e canottierine aderenti, io sembravo 50cent.

Ho avuto la pessima idea di chiedere consiglio all'istruttore. Un discreto cesso, come succede nel 98% dei casi. Avete mai visto un istruttore di palestra che non sia un cesso, un maniaco o un disturbato mentale? Io no.
"Sai, sono due anni che non faccio sport..."
"Aaah: ci penso io!"
E s'accolla. M'è stato dietro tutto il circuito, e andrebbe pure bene se non mi avesse ammazzata di lavoro.
"Guada, non esagerare, ti ho detto che sono due ann.."
"Ma è solo una resistenza da 15kg, ma che vuoi che sia! Su: alza ste gambe."
"Guarda sono un po' fuori allenam.."
"Ma che vuoi che sia, è solo pendenza otto!"
Il culmine però l'ha toccato quando gli ho chiesto di indicarmi qualche esercizio di streching a fine sessione. Di stretching, non di kamasutra, ma evidentemente non ha compreso.
"Ci penso io!" ha di nuovo esclamato, e mi sono ritrovata a terra, spiaccicata a pelle d'orso con lui sopra che mi tirava per aria questa o quell'altra gamba. Visti allo specchio che avevo di lato, sembrava una scena da pornazzo amatoriale.
"Ehm, guarda, anche basta" ho cercato inutilmente di dire.
E' piuttosto difficile imbarazzarmi, ma ci stava riuscendo.
Con la coda dell'occhio sbirciavo l'ingresso, pregando che non arrivasse qualcuno che conoscessi proprio in quel momento. Non mi sarei potuta riprendere da una cosa del genere.

Che dire: l'ho fatto. Sono vergognosamente fiera di me stessa.
Tornata a casa ho trovato mia madre in compagnia della nuova tata in prova di Viola: Sheryl, che parla un po' di italiano e molto inglese.
"Com'è andata in palestra?" ha chiesto mia madre.
"Oh, bene. I started going to the gym." ho spiegato anche a Sheryl.
"The gym? Why?" ha risposto "You're sexy!"

Ora.
Ditemi quel che volete, ma io penso che terrò Sheryl.

p.s. qui la prova :)

lunedì 11 gennaio 2010

Il primo esperimento di Social Motivation

Io lo so che mi pentirò di scrivere questo post, ma ormai è troppo tardi, si è sistemato nella mia testa come un acaro sulla parrucca di Platinette.
Propositi.
Avevo giurato che non avrei scritto un post di propositi ma poi ho trovato questo fantastico generator, e allora ho pensato di spararne un po' a cazzo anch'io.

Che sono una personcina discretamente banale, diciamolo.
Le mie ottime intenzioni riguardano quello che più o meno ognuno di voi inserisce nella propria personalissima lista di propositi.

Tipo, smettere di dire parolacce.
Perdere qualche chilo (le feste non hanno aiutato).
Uscire più spesso.
Chiamare le amiche che non sento da una vita.
Finire di leggere il Grossman lasciato a metà causa Twilight.
Non fantasticare sul protagonista minorenne di Twilight.
Usare Twilight nei dialoghi solo come esempio della markettizzazione globale del mercato letterario a scapito dei veri talenti, non come miracolo della ripresa ormonale postpartum.
Costruire una vita sociale che non includa social network.
Iniziare a usare una crema elasticizzante, che ormai ho quasi trent'anni cazzo.
Smettere di pensare che ho quasi trent'anni, cazzo, se no mi deprimo.
Smettere di dire parolacce. L'avevo già detto?

Bene, ultimo di questi ottime promesse al neonato 2010, troviamo lo spauracchio:

Iscrivermi in palestra.

Ecco, c'è da dire che non mi sono conservata malissimo, ma il mio culo ha ampissimi margini di miglioramento. Dopo un parto e due anni senza sport, sfido chiunque.
Non è il momento delle giustificazioni, quelle le ho trovate per mesi:
fa troppo freddo per uscire, fa troppo caldo per chiudersi in palestra, questa non mi convince, l'istruttore è un grassone, lo spogliatoio sa di piscina, non c'è la piscina, ci va il mio ex, non c'è nessuno che conosco.
Ecco.
Adesso però anche basta.
Sono stata pagata per qualche lavoretto come freelance e adesso posso solamente investire in qualcosa che:
- mi darà più energia
- mi farà conoscere gente quindi probabilmente esaudire anche il proposito della vita sociale
- mi farà staccare la testa per un ora. già sto preparando una playlist hard-rock per ammazzami sul tapis roulant.

Non ultimo, la palestra prescelta ha la ludoteca per i bimbi, il che significa che a marzo, quando Viola avrà 18 mesi, potrò tranquillamente lasciarla lì con o senza nonna mentre io rimetto a posto le regali chiappe.
Ci siamo?

Ecco, qui entrate in gioco voi.
No, non voglio trovarvi in palestra a fare il tifo mentre corro, voglio semplicemente sfruttare i miei contatti come motivatori.
Io lo so che troverò altre scuse, sono fatta così.
E invece non devo.

Ho deciso che mercoledì prossimo, 13 gennaio, mi iscriverò in palestra.

Mercoledì sera siete tutti invitati - qui sul blog, oppure su twitter o sulla mia fanpage di FB (è nuova! vi siete iscritti?) - a chiedermi se l'ho fatto (e a riprova potrei postare delle foto).
Se non ci sono andata, siete autorizzati a farmi sentire una merda.

Voilà.
Ecco pronto il mio esperimento di SocialMotivation, posso chiamarla così?
Adesso so che se non andrò in palestra ci saranno almeno due-trecento persone pronte a farmi venire i sensi di colpa e a ricordarmi che mi sto avviando a grandi passi verso la chiappapendula.

Got it?

Bene, adesso vediamo che potete fa.
E' scontato che ogni incoraggiamento da qui a mercoledì è fortemente apprezzato :)

domenica 10 gennaio 2010

La lasci al papà e la ritrovi ultrà

Ieri lui ha pensato bene di riappropriarsi di un meraviglioso poster a rilievo raffigurante la Roma dello scudetto 82-83.
Ecco cosa succede ora:



Mia figlia non riconosce la zia in una stanza affollata, ma è in grado di individuare BRUNO CONTI in una schiera di giocatori vestiti tutti uguali!
Non ci posso credere.

piesse: chiedo scusa ai miei lettori laziali, ma era troppo bello per non pubblicarlo!!!

mercoledì 6 gennaio 2010

Calzette



La calzetta di Viola, quella rossa con Babbo Natale.
E la mia.
Si, la mia.
Quella nera coi teschietti.
:)

lunedì 4 gennaio 2010

Di febbre, nonne e saldi

La Porpi, che scema non è, estremamente cosciente delle mie stupide lamentele ha deciso di prendersi una piccola vendetta con 38 di febbre per tre giorni. Era una specie di stufetta ambulante, mugolante e sbarellante. Dopo due notti quasi insonni, in cui ci è sembrato di dormire abbracciati allo scaldasonno, oggi sembra star meglio (ma non cantiamo vittoria troppo presto).

La nonnaA (posso chiamarle nonnaA e nonnaB d'ora in poi? è mooolto più semplice) si è beata della sua nuova condizione di infermierina, bramata da quando noi tre figli abbiamo raggiunto la maggiore età. Ha sempre avuto un certo talento per infilare supposte. Ha meticolosamente compilato una tabella con "le ore della febbre", come le chiama lei, che avrei dovuto diligentemente riempire. Si, si: l'ho fatto.

La nonnaB è venuta a trovarci e m'è subito presa una certa ansietta. "Hai chiamato la pediatra?" Beh, sa com'è, il primo era Capodanno, il due e tre erano sabato e domenica... faccia un po' lei. Devo dire però che contrariamente all'indole suocerina se l'è cavata piuttosto bene. Certo, come insupposta mia madre non lo fa nessuno, ma per dire - s'è ritrovata a cambiare un pannolino strabordante di merda e l'ha fatto con una certa elegante impassibilità. Quasi british. Dieci punti a suo favore.
E' impressionante la quantità di roba che si fa con un bambino ammalato. Da che età sono disponibili a mettersi a letto come i malati veri? Quattro? Cinque? Non certo a sedici mesi (oggi!).

Per tre giorni le mie attività sono state le seguenti:
far entrare e uscire animaletti e omini dalla loro casetta
dare la pappa e mettere a nanna la nuova bambola della Porpi
far girare per casa il trattore di Osvaldo con gli animaletti sopra
abbracciare il nostro Winnie the Pooh alto un metro, che sta velocemente prendendo confidenza con la comunità di acari della zona
leggere libri, o meglio inventare storie dalle figure
giocare a nascondino
ballare un mix di musiche di cartoni ed electro-pop
cucinare brodino
affogarmi nella lettura della saga di Twilight per dimenticare e al tempo stesso dare una scossa all'ormone (sono una donna triste, lo so)
infilare le mie spese-saldi in quel paio di ore d'aria concesse dalle nonne, con discreti risultati

Vi lascio qualche immagine. La Porpi, in tuta e pantofole da vera malaticcia, che gioca con la casetta, e il primo bottino di saldi per lei.

venerdì 1 gennaio 2010

Se questo è solo l'inizio...

La serata era partita discretamente bene.
Avevo la tuba. I guanti lunghi al gomito. Peep toe nere. Autoreggenti stile Moulin Rouge.
Si, ecco, anche un abitino sopra.
Non che le mie amiche fossero conciate meglio, diciamolo. Il tema burlesque si presta a una serie di declilazioni zoccole che non sto qui a descrivervi. Ma chissenefrega, in fondo, eravamo tra amici. Era una serata poco ormonale e molto ridanciana. Il tema era un pretesto per prenderci un po' per il culo, e poi gli uomini in frac e bombetta erano meravigliosi.
Siamo arrivati, abbiamo salutato e la Porpi aveva già il pigiamino a righe. Ci ho messo un ora ad addormentarla, troppe voci, troppe cose nuove in quella stanza, troppa musica. E' crollata alle dieci e mezza.
Io ho avuto tempo di fare qualche foto scema, di bere del Traminer, di mangiare un antipasto e un pezzo di lasagna. Poi hanno deciso che la mezzanotte si avvicinava, ed era ora di fare un po' di casino. Alle undici e mezza, complice la musica a palla, lei si è svegliata.
Ho tentato in milleuno modi di farla riaddormentare, ma niente. Ho sentito le note di "I Gotta Feeling" e le voci delle mie amiche strillone che la ballavano. Ho pensato fosse meglio entrare in bagno e chiudere la porta, sperando che arrivasse meno rumore.
Ero a spingere il passeggino in bagno quando hanno ballato Mika. Ero seduta per terra vicino al lavandino a dondolarmi insieme a Viola quando ho sentito qualcuno dire "manca un minuto!".
Io volevo essere lì con loro. Volevo ballare. Volevo mangiare. Volevo ridere. Volevo fare la scema mentre accoglievo saltellando il 2010.
Invece ero seduta nel cesso, con Viola che piangeva ma non era abbastanza sveglia da portarla in mezzo al casino. Non volevo starle lontano, sapevo che aveva bisogno di me, ma al tempo stesso stare chiusa lì dentro a pochi secondi da Capodanno mi faceva andare fuori di testa.
E' venuto Lui, ha portato due bicchieri per brindare. Non ci sono riuscita. Non mi andava di brindare in un cesso.
Ho mandato a puttane la mia serata di Capodanno perchè, semplicemente, stavo male. Faceva male.
Io ero una di loro, io ero loro. E adesso non c'è nulla che io reputi più importante di mia figlia, non mi interessano le serate fuori ogni weekend, spendere i miei soldi per quello che desidero, avere una vita sociale che non si limiti alla tata, avere la libertà di fare ciò che voglio, disporre totalmente del mio tempo.
E' solo che la mia trasformazione non si è completata.
Non sono più quello che ero, ma non sono ancora quello che dovrei essere.
E allora avrei voluto essere lì con loro a ballare, ed essere una delle voci che sentivo ridere e farsi gli auguri, e rispondere ai cellulari, e brindare, e correre in terrazzo a fare le stelline.
E invece ero in quel bagno con Viola, che non mi lasciava un attimo, che se passavo il turno a Lui iniziava a piangere disperata.
Non ho resistito. Mezzanotte e venti: fuori da quella casa. Senza salutare quasi nessuno, senza brindare, senza mangiare ne' il secondo ne' i dolci, senza musica, senza risate.
E' solo che non dovevamo portarla, ok, ci arrivo da sola. Non è questo.
E' che si è infranta la speranza di poter conciliare quella che ero con quella che sono. Non si può, semplicemente.
Non è compatibile.
O almeno questo è quello che penso adesso, dopo l'ingloriosa serata di ieri.

In questo momento Viola sta dormendo insieme a Lui, e le è pure tornata la febbre. Rantola per i 38.4 e io l'ho accarezzata per un ora e dieci prima che si addormentasse, la amo da morire.
Ma ho appena compiuto 29 anni, e non riesco a stare comoda dentro questa vita.
E' un vestito ancora troppo largo.

Non vado fiera di questo post.
Per niente.
Ma, chissà, magari non sono l'unica che si è sentita così. Magari sono solo sentimenti umani. Magari è quello che succede a fare figli quando non si è pronti. O magari sono solo una pessima madre.

Blog Widget by LinkWithin